28/01/2012
Il Governo Monti e ruspante toscano
Il Governo Monti e “ruspante toscano”
Il Governo nazionale del Prof. Monti pone dei problemi d’indirizzo editoriale al sottoscritto.
Chi ha seguito, il mio blog è consapevole che, sin dall’inizio, oltre a mettere in guardia l’Italia, dal rischio default, auspicavo la formazione di un Governo centrale capace d’attuare politiche economiche che allontanassero questo rischio reale, come gli eventi hanno poi dimostrato.
Alla nascita del mio blog, ritenevo, dopo le “lenzuolate di Bersani” che l’unico partito, in grado di intercettare le mie proposte, fosse il PD. Così non è stato ed il mio tentativo di risparmiare agli italiani, tanti evitabili sacrifici e l’incombente rischio default, è miseramente fallito.
Ora, il PD, a livello nazionale, pare condivida le scelte di questo Governo. Ne sono lieto per il paese. Il prof. Monti, forse, è riuscito, dove il prof. Battini non ha saputo neanche farsi ascoltare.
Potenza della notorietà e del successo!
Una povera prostituta non cambia il suo stato, ma una baldracca di successo è considerata una donna di mondo. A suo tempo, Bettino Craxi ufficializzò questa regola sociale, inventandosi il ministero delle pari opportunità. Le consequenziali previsioni sono ovvie.
Un altro aspetto da considerare è il seguente: dopo l’esperienza del Governo Monti, a maggior ragione se giungerà alla fine della legislatura, probabilmente, assisteremo ad una serie di scontri e ricompattamenti tra le differenti forze politiche, per la conquista del diritto di primogenitura verso la politica dei bocconiani. Ciò potrebbe allargare la platea dei miei potenziali lettori, anche ad appartenenti ad altri settori politici, ma, in ogni caso, la mia azione formativa futura dovrebbe rivolgersi prevalentemente, ai quadri politici locali che, senza differenze tra schieramenti, sono ancora attestati, nella gestione della finanza pubblica locale, al principio “incassa più che puoi e spendi come vuoi”, di stretta osservanza Dorotea (DC). Un principio sempre deprecabile, ma estremamente pericoloso, per un paese sull’orlo del collasso, suscettibile di annullare i benefici che dovrebbero derivare da una saggia politica nazionale, con conseguenze disastrose per i soggetti socialmente più deboli.
Questo comporterebbe, per me, la necessità di sostenere costi informativi molto elevati e la necessità d’acquisire ulteriori nuove competenze specialistiche, non gestibili da una sola persona. Occorrerebbe trasformare questo blog personale, in uno spazio collettivo, gestito su base associativa, simile al sito “info la voce”. Dubito che questo possa accadere, ma niente vieta di proporlo.
Dopo essermi espresso a favore del Governo Monti, auspicando che il processo innovativo, da lui innescato, non sia abbandonato dai futuri governi politici, pur non entrando nei dettagli dei provvedimenti adottati (anche se ne avrei voglia), mi sento in obbligo, per coerenza con il mio pensiero, per lealtà verso i miei lettori e a dimostrazione che esiste ancora uno spazio per la linea editoriale finora seguita, di prenderne le distanze sul piano dell’equità.
Le iniziative di questo governo possono considerarsi eque, da un punto di vista borghese (e uso questo termine, con il massimo rispetto per la borghesia, in particolare per quella intellettuale), ma se si esaminano le questioni d’attualità, dal punto di vista dei lavoratori produttivi dipendenti, si possono rilevare tre gravi errori: due, di tipo omissivo, l’altro, di concetto.
E’ sbagliato concettualmente stare leggeri sull’imposizione fiscale delle case, eccedenti l’alloggio principale e sulle case sfitte. In una società dove i giovani ed i gruppi socialmente più deboli non hanno la possibilità economica di trovare un alloggio, premiare chi ne ha in abbondanza, non è accettabile. Altrettanto inaccettabile che le case restino sfitte perché il prezzo delle locazioni, o delle compra-vendite, richiesto dai proprietari, non corrisponde alle potenziali capacità economiche dei potenziali acquirenti. Occorre incentivare la cessione di alloggi liberi, a prezzi di mercato reali, facendo pagare, ai proprietari immobiliari, le imposte, anche sui guadagni non realizzati, per loro scelta.
Gli errori per omissioni sono anche più gravi, ma non escludo che, in un futuro prossimo, il Governo colmi questa lacuna. Un buon Governo deve incentivare i sindacati a raggrupparsi, secondo gli interessi generali perseguiti. Non ho idea di quante siano, per ogni grande categoria economica (datori di lavoro, commercianti, artigiani, agricoltori, lavoratori dipendenti), le sigle sindacali esistenti. Più sono, più gravano sugli iscritti e sulla fiscalità generale. Un buon Governo deve stabilire il principio che, ai tavoli delle trattative, si ascolta solo l’organizzazione più rappresentativa del settore che, se vuole, può anche interpellare le sigle minoritarie concorrenti. Niente è stato fatto al riguardo, anzi mi preme sottolineare che, in occasione della recente riforma pensionistica, accampando realistici motivi di ristrettezza di tempo e sfruttando le divisioni sindacali, il Governo non ha fatto alcun invito preventivo, a nessuna delle organizzazioni sindacali interessate e su questo fatto, il mio dissenso è totale.
E’ indispensabile ridurre in maniera diretta il costo della PA, in senso lato, incrementarne la produttività, ridurre il differenziale di reddito, tra lavoratori dipendenti in generale e, successivamente, tra tutte le categorie economiche. Anche su questo punto, pur apprezzando l’introduzione generalizzata dello spending review nella PA, l’Amministrazione Monti tace. Invece, escludendo le posizioni apicali (da valutare in senso restrittivo), occorrerebbe determinare, a priori, una forbice più ristretta tra la posizione retributiva inferiore e quella massima (ivi compresi i dirigenti), abolire la possibilità che un dipendente pubblico, pur svolgendo una sola attività lavorativa, possa ricevere altri compensi, punire come attività illegale il fatto che un dipendente pubblico possa svolgere anche attività lavorativa privata, a cominciare dai medici del SSN, così da incrementare l’occupazione giovanile qualificata.
Queste critiche, pur partendo da un giudizio molto positivo sul Governo Monti (finalmente un governo che lavora per il paese), non sono leggere, ma se il Presidente della Repubblica ha giocato la carta Monti, noi dobbiamo adeguarci. Basta sapere che possono esserci anche carte migliori da distribuire, sul tavolo della politica.
Prof. Battini Marcello
10:07 Scritto da: cocomeraio1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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27/12/2011
ITALIA 2012
ITALIA 2012
un programma strategico
1) Equità sociale per creare le condizioni di uno sviluppo economico del paese, vicino al potenziale
A
Categorie sociali, a favore delle quali, destinare più risorse pubbliche:
a) giovani (scuola, avviamento al lavoro, casa, reddito minimo garantito);
b) risparmiatori (garanzie, facilitazioni fiscali, incentivi);
c) lavoratori produttivi (retribuzioni più elevate);
d) lavoratori con bassi redditi (tassazione agevolata);
e) soggetti non patrimonializzati.
B
Categorie sociali, a carico delle quali, porre delle imposte di solidarietà:
f) anziani (garanzia prestazioni del SSN);
g) spendaccioni (tassazione elevata sui beni di lusso)
h) lavoratori non produttivi (retribuzioni inferiori ai pari grado produttivi);
i) lavoratori dipendenti con alti redditi (tassazione di solidarietà)
l) soggetti patrimonializzati (imposte patrimoniali).
Queste cinque categorie antitetiche danno luogo a 32 diversi gruppi sociali, per ognuno dei quali, la tassazione complessiva dovrà essere diversa.
2) Fabbisogno finanziario pubblico annuo.
+ fabbisogno di bilancio
- entrate da evasione fiscale
- entrate da beni confiscati alla criminalità organizzata
- entrate da risarcimento danni per reati di corruzione, concussione, danni civili erariali
+ tassazione speciale sui beni di lusso !
+ imposta di solidarietà ! (da utilizzare a favore dei gruppi A)
+ imposte patrimoniali !
= fabbisogno di bilancio rettificato
3) Nemici pubblici
a) malavitosi;
b) evasori fiscali;
c) corruttori e concussori;
d) speculatori fondiari;
e) privilegi corporativi;
f) parassiti di ogni specie.
L’azione di qualsiasi Governo (nazionale o locale) deve essere valutata sulla base dei criteri sopra esposti che devono costituire una sintesi di un programma riformista di lungo periodo.
Prof. Marcello Battini
18:44 Scritto da: cocomeraio1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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10/12/2011
Ma le donne no
Ma le donne no
Da molti anni, la questione femminile, è intesa principalmente come partecipazione diretta nel mercato del lavoro.
Più volte, in non poche occasioni, ho espresso la mia contrarietà ad una legislazione di favore per l’altra metà del cielo, ma non ho mai affrontato espressamente la questione perché la ritengo molto secondaria, rispetto a tante altre, a cominciare da come l’Umanità, composta da oltre sette miliardi di persone, debba organizzarsi per la sopravvivenza, ma se due uomini di scienza, come Ichino ed Alesina, si appropriano di questo argomento, esprimendo una opinione molto dissimile dalla mia, allora non mi resta che entrare nell’agorà, perché, in una società delle comunicazioni, la forza di convincimento dei media, può prevalere sulla bontà delle idee e sulle regole di buon senso. E’ già successo. Può ancora accadere.
Alla base del mio ragionamento, pongo i seguenti assiomi:
1) le leggi dello stato che si occupano dei diritti e delle libertà dei cittadini devono avere carattere universale. Il mancato rispetto di questo assioma può condurre ad un bagno di sangue (persecuzioni raziali);
2) ogni cittadino, nel rispetto di leggi eque, deve essere trattato a seconda delle sue esigenze personali (un malato di cancro deve essere curato in maniera diversa da chi accusa un mal di denti);
3) la diversità degli esseri viventi è una ricchezza per l’umanità e non deve essere distrutta nella inutile ricerca di una uniformità innaturale.
Si applicano questi assiomi. ai seguenti fatti:
1) l’uso sempre più diffuso della tecnologia, rende meno indispensabile, sul lavoro, il possesso della forza fisica;
2) i risultati scolastici delle femmine risultano mediamente superiori a quello dei maschi di pari età e livello d’istruzione;
3) è statisticamente dimostrato che la presenza femminile, nel mercato del lavoro, è largamente inferiore, a quella maschile, che la progressione in carriera delle femmine è più lenta di quella dei maschi e che, ancora, in alcuni settori, le retribuzioni femminili, a parità di livello di lavoro, sono ancora inferiori.
4) la natura femminile è più predisposta, di quella maschile, ad intrattenere rapporti sociali
collaborativi. Ciò è di estrema importanza, in un mondo del lavoro nel quale, l’attività di
gruppo è rilevante.
Con facili calcoli, come si scriveva una volta nei libri di matematica, si evince quanto segue:
“Le donne, lasciamole fare. Sanno benissimo cavarsela da sole. Sono sopravvissute alla vita delle caverne, alle guerre di conquista, alle invasioni barbariche, alla caccia alle streghe, alle carestie, all’epidemie. E’ credibile che possano trovarsi in difficoltà, in condizioni sociali, a loro più congeniali? Diamo loro il tempo occorrente. Già, negli ultimi cento anni, le loro condizioni sociali sono molto migliorate. Le rivoluzioni si fanno in una settimana (anche se poi occorrono decenni per riparare i danni. L’evoluzione delle specie viventi richiede l’impegno di generazioni. La politica può fare molto poco e quel poco, è spesso dannoso. Ora, se anche la scienza economica vuole dilettarsi a fare danni, si accomodi pure, perdendone prestigio”.
In tempi moderni, è preferibile essere dei facilitatori dell’apprendimento. Allora provo a descrivere alcune delle motivazioni che sostengono le mie conclusioni, dopo aver espresso la mia condivisione a molte delle osservazioni. Espresse dalla Prof.sa Saraceno.
J. S. Mills, uno dei padri dell’economia liberista, nel suo “Sistema di Logica”, non solo ci squinterna l’intero sistema delle scienze sociali, ma esibisce, sia pure per grandi linee, il metodo per costruirle. Al vertice di tutto, pone la psicologia, la scienza della mente, una scienza puramente induttiva, ricavata dall’osservazione e dalla dissezione delle uniformità di comportamento. Al disotto, pone l’etologia, la quale spiega come si forma, in relazione alle circostanze esterne, il carattere umano. L’etologia politica replica lo studio della determinazione del carattere a livello sociale. Infine la sociologia (scienza generale della società) corona e racchiude il tutto, spiegando come uno stato della società stia insieme e si riproduca (statica) e come si evolva (dinamica). Infine, se dalla teoria dello sviluppo sociale si vuole passare a quella del progresso sociale (movimento ispirato alle finalità dell’uomo), occorre fare i conti con la teologia, o arte dei fini.
Di fronte a questo disegno grandioso, il discorso economico deve considerarsi come un frammento legato (per quanto riguarda Mills) agli aspetti sociali fondati sulla proprietà privata e caratterizzati da una concorrenza libera ed attiva.
Da allora, anche se, nel frattempo, è passata molta acqua sotto i ponti sul Tamigi, da modesto cultore di scienze economiche, consentitemi, grandi maestri, di richiamarvi ad una maggiore umiltà e sobrietà ed a non uscire dal ruolo delle vostre discipline che, come affermava Mills, non sono quelle dominanti, anche se il momento storico può fare pensare il contrario.
Mi sia, ora, consentito di fare un rapido cenno alle condizioni economiche attuali del nostro paese che richiedono una sicura revisione del welfare attuale, non più sostenibile.
Questo può significare che tante prestazioni, attualmente garantite dall’intervento pubblico, non lo saranno più, ma non significa che, di certe prestazioni non ve ne sarà più alcun bisogno. Esse potranno essere effettuate, in via sussidiaria, dall’attività di volontariato, o dal nucleo familiare, sia che dedichi direttamente, tempo ed energie, alla cura del bisognoso, sia avvalendosi del lavoro retribuito di una persona competente.
E’ già avvenuto che molti problemi di questo genere sono stati affrontati dalle famiglie, con generosità e sacrifici. Nel futuro è ipotizzabile un loro incremento, a causa di un restringimento dell’area d’intervento del settore pubblico.
Se il settore pubblico non potrà più aiutare, almeno si lasci ai diretti interessati la libertà di scegliere come ripartire i sacrifici familiari e, se questa scelta comporterà la rinuncia femminile ad un lavoro esterno, si pensa, forse, di appesantirne il già gravido fardello, con un senso di colpevolezza sociale? C’è qualcuno che ha la presunzione di curare gli altrui interessi, meglio dei diretti interessati?
La questione femminile, così com’è intesa, francamente mi sembra antistorica.
So che il salario medio è dato dal rapporto tra massa salariale e numero di lavoratori potenziali e non mi è chiaro perché gli economisti si occupino prevalentemente di come incrementare il numero dei lavoratori, piuttosto che la massa salariale, così da elevare anche le retribuzioni individuali, Conosco bene la differenza tra lavoro produttivo ed improduttivo, con il secondo, troppo spesso pagato meglio del primo, ma non comprendo perché non si spiega diffusamente questo fatto e non si sottolinea l’importanza che l’assegnazione dei lavoratori, a queste diverse categorie deve essere effettuata, in modo scientificamente corretto, non sulla base di contingenti decisioni politiche.
Non condivido le idee di chi pretende d’allargare a dismisura il mercato, estendendolo anche a settori dove l’efficienza è data dal prevalere di fattori affettivi, su quelli scientifici (per questa strada si potrebbe arrivare a sostituire i rapporti matrimoniali, con quelli precari, ma regolarmente fatturati, forniti da qualche professionista, ipotizzando, il possibile intervento, in via sussidiaria, di volenterose crocerossine del sesso, a favore dei meno abbienti).
Se realmente si vuole che il genere femminile partecipi più massicciamente ai processi produttivi, ritengo semplicistico incentivarne la partecipazione con provvedimenti diretti di tipo economico (pagarle di più) o di tipo normativo (riserva di posti, come fossero portatrici di handicap). Se occorre mettere in campo degli incentivi, essi devono essere di tipo indiretto, che possano valere per chiunque, pur sapendo che, in concreto, sono di maggiore utilità per le femmine, in relazione alla funzione sociale che esse svolgono naturalmente e liberamente (maternità, gestione della famiglia, etc.). Comprendo che le proposte sotto elencate, non solo devono essere deliberate, ma richiedono anche un’implementazione ed il sostenimento di costi, per condurle a buon fine. Questo potrebbe scoraggiare qualche politico inetto, ma non dei conclamati uomini di scienza.
Ecco le proposte (già note e largamente diffuse in altri paesi):
a) telelavoro e telemedicina; b) asili nido e scuole per l’infanzia (possibilmente gratuite) con orari flessibili e periodi di vacanza ridotti: c) orari flessibili di lavoro; d) mezzi di trasporto pubblici efficienti per ridurre i tempi di spostamento; e) facilità di reperire alloggi economici ovunque, f) reti di aiuto sociale garantito su base volontaristica; g) pubblica amministrazione in rete, che renda possibile la soluzione di problemi ed il rilascio di documenti per via telematica; h) orari di apertura al pubblico dei servizi sanitari, compatibili con gli orari di lavoro dei cittadini lavoratori e/o studenti.
Si può obbiettare. “Ci vogliono trent’anni per realizzare queste proposte”. Risposta:
“ Sono trent’anni che abbiamo abbandonato un saggio percorso di sviluppo. Prima lo riprendiamo meglio è per tutti. Vogliamo continuare a perdere ancora del tempo, dietro a proposte devianti?”
Non mi pare che le proposte in campo, elaborate da Alesina ed Ichino, abbiano molto a che fare con la tutela del mondo femminile in generale. Non credo che “la famosa casalinga di Voghera” apprezzi, idem per colf, badanti, cassiere dei supermercati, operaie impegnate nei nostri opifici. Qualche figlia di buona famiglia, qualche laureata non particolarmente brillante, ma con molta ambizione, qualcuna interessata ad una “carriera politica” facilitata, invece, potranno ringraziare. A dimostrazione che la classe dirigente non ama essere selezionata per meriti, ma solo per acquisire vantaggi personali, socialmente ed economicamente spendibili.
Nel 1970, questo modo d’affrontare i problemi sociali si chiamava “effetto Parioli”, ora, forse, si potrebbe chiamare, come prima della Rivoluzione Francese, “aristocrazia”.
Prof. Marcello Battini
16:42 Scritto da: cocomeraio1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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