13/02/2012
La politica ed il buon governo
La politica ed il buon Governo
Il rischio default per l’Italia
Quando si parla di rischio default, per il nostro paese, non è ben chiaro se è diffusa la consapevolezza dell’elevata probabilità che esso si concretizzi e delle relative conseguenze.
Sul primo punto, posso rispondere immediatamente, anche se, a causa dei numerosi fattori che intervengono nel processo economico, non è possibile darne un valore (ma anche una probabilità del 3% sarebbe molto preoccupante), ma esso è molto elevato, come dimostrano il peggioramento dei rating, da parte di tutte le società specializzate (Standars & Poors, Moodys, Ficht), che valutano il livello d’affidabilità del debito pubblico italiano, appena superiore a quello di “spazzatura”.
Sul secondo punto, molto sinteticamente, vale quanto segue:
a) il default scatta appena lo Stato dichiara di non essere in grado di pagare i propri debiti (stipendi ai dipendenti, pensioni, forniture alle imprese, servizio del debito);
b) se qualcuno pensa di potersela cavare, ricorrendo ai depositi bancari, si disilluda perché, in contemporanea, tutte le banche chiudono gli sportelli;
c) i furbetti di quartiere potrebbero pensare di tenere in casa una discreta provvista di denaro, ma anche questo è inutile, perché, sui banchi dei supermercati, non ci saranno più derrate alimentari da comprare. Infatti, perché un produttore dovrebbe vendere oggi, ad un prezzo X, ciò che domani potrebbe vendere ad un prezzo 2X ?
d) in conclusione, anche un possessore di molti appartamenti e con un cospicuo conto bancario, rischia di morire di fame;
e) non descrivo il livello di violenza che si potrebbe scatenare, specialmente nelle città, ma tutti conoscono la storia del Conte Ugolino, così magistralmente descritta da Dante Alighieri (poscia più che l’amor, potè il digiuno).
Il dilemma del prigioniero e lo spirito cooperativo;
La situazione economica attuale del nostro Paese, diviso in tante corporazioni, ognuna, basata sulla propria forza intrinseca, ma tutte con uno o più referenti politici, si presta molto bene ad essere descritta secondo lo schema classico del “dilemma del prigioniero” nel quale ogni parte decide di non cooperare perché la potenziale decisione non cooperativa dell’altra parte (per i maggiori benefici che ne trae nel breve), potrebbe costargli troppo. In altre parole, le corporazioni più deboli, se cedessero, anche solo in parte, il poco potere residuo (mi chiedo se ne hanno realmente ancora), si esporrebbero all’imposizione di meccanismi di controllo e decisionali di lungo termine, a favore delle corporazioni più potenti, mentre quest’ultime, una volta impegnate a fornire i mezzi per finanziare meccanismi impliciti di solidarietà, si esporrebbero alla possibilità che le parti più deboli, una volta protette dai meccanismi suddetti, non si impegnino opportunamente per una ristrutturazione del loro stato, basato su una maggiore austerità, responsabilità, sobrietà.
Il risultato è che, finora, sono davvero poche le corporazioni interessate a cedere potere per creare uno stato più unito politicamente e più coeso socialmente.
La paura di ogni corporazione di perdere il controllo sulle decisioni collettive, determina una successione di scelte razionali, ma sub-ottimali, che non affrontano i nodi delle questioni e porta ad un equilibrio che nessuna delle parti, ex post, vorrebbe (a parte i non pochi estremisti, non necessariamente minoritari), ovvero la rottura del Paese ed il suo default economico.
Queste soluzioni sono una sequenza di equilibri sub-ottimali non cooperativi del dilemma del prigioniero, frutto di non avere aspettative (probabilità) certe sui reali vantaggi di un equilibrio cooperativo.
Quale potrebbe essere invece l’equilibrio ottimale di questo gioco? È indubbio che la questione
vada affrontata dai partiti politici, dai sindacati, dalle corporazioni, con una maggiore disponibilità a cedere sovranità. La futura governance non può riflettere un mero rapporto di forza tra le diverse corporazioni. Occorre un recupero di centralità decisionale, bilanciata da poteri di controllo e di garanzia indipendenti che potrebbero essere anche rappresentati da istituzioni europee.
Basterebbe rompere la miopia di scelte, razionali nel breve, ma che non si fanno carico di raggiungere un equilibrio ottimale per tutti nel lungo periodo. Occorrerebbe, invece, perseguire un equilibrio cooperativo che eviti di farci sentire davvero “prigionieri” della nostra avidità, degli egoismi, delle furberie.
Le competenze richieste ad un politico
Se dovessi pensare ai criteri da seguire, per selezionare una classe politica (in senso lato), capace d’affrontare i problemi di un paese, nel quale prevale la libertà dei singoli cittadini (libertà) e un sistema democratico, come strumento per l’esercizio della libertà individuale, posta al servizio della collettività, proporrei quanto segue:
a) prerequisiti: intelligenza, onestà intellettuale e morale dei protagonisti;
b) la consapevolezza che un paese, per quanto forte, può, in qualsiasi momento, cadere in una crisi irreversibile, se non è gestito con spirito solidale (fraternità);
c) sapere distinguere una buona politica da una pessima politica: la prima, al contrario della seconda, persegue la ricerca dell’equità. La differenza tra partiti politici deve nascere solo dalla diversa concezione che si può avere sul concetto concreto di equità. Ciò può nascere razionalmente, solo se è diverso il punto di vista, attraverso il quale si può osservare la realtà (materialismo storico) ed i soli punti di vista che hanno, scientificamente, diritto di cittadinanza, sono quelli legati alle due categorie di produttori: i prestatori di lavoro (produttivo) ed i prestatori di capitale (uguaglianza).
Riuscire a riprender in mano il bandolo della storia, iniziata con la Rivoluzione Francese, continuata con l’epopea napoleonica, interrotta con la Restaurazione, i cui valori hanno trovato condizioni particolarmente favorevoli nelle aree mediterranee ed orientali dell’Europa, più intensamente condizionate dal sistema politico feudale russo e dall’altrettanto arretrato sistema teocratico turco, farebbe uscire l’Italia dal rischio di essere risucchiata indefinitamente in un percorso di depauperamento economico, sociale, umano.
d) le qualità sopra descritte, nel caso che il soggetto sia chiamato a ricoprire un incarico
istituzionale, non sono ancora sufficienti per consentire, allo stesso, d’essere un eccellente amministratore perché la struttura della società, lo sviluppo della scienza e della tecnica, richiedono competenze specifiche, a seconda degli incarichi ai quali il soggetto è destinato. Non intendo affermare che, se occorre un architetto, o un legale, o un agronomo, si debba necessariamente (ma non sarebbe male), per un incarico politico, scegliere tra i più bravi professionisti d’area disponibili (gli incarichi politici non devono essere una sequenza ininterrotta di commissari “tecnici”), ma certo è che, se il prescelto non è neanche in grado di comunicare, con un linguaggio appropriato, con il personale tecnico-professionale che deve concretamente implementare la volontà politica, il livello politico-istituzionale sarà succube del settore tecnico e finirà per essere condotto (e con lui l’istituzione) lungo percorsi inadatti, senza poter centrare gli obbiettivi, che la parte politica prevalente, ritiene utili per il Paese, favorendo, invece, con ogni probabilità, le corporazioni che, sempre si annidano dietro le professioni;
e) questo insieme di capacità e competenze è destinata a ridurre enormemente il numero di
soggetti, capaci d’interpretarne doverosamente la funzione politica (questo configge enormemente con la vanità dei singoli). Conseguentemente, si pongono i seguenti problemi: 1) ridurre, di molto, il numero di posti politicamente rilevanti; 2) escludere che una carriera politica possa svilupparsi interamente all’interno dei partiti; 3) non si può negare, a chi è interessato al bene comune, ma non ha grandi capacità, di esercitare, senza alcuna remunerazione, questa passione politica, all’interno di strutture di controllo popolare;
f) i partiti conseguentemente, dovrebbero assumere un’organizzazione che tenga conto di
questi principi e sappia rispondere con la massima efficienza possibile, alle esigenze del paese.
Prof. Marcello Battini
16:08 Scritto da: cocomeraio1 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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